sabato 6 giugno 2026

Tennis. Il mito del "è tutto mentale". Ma non è la testa, è il corpo. Stiamo facendo un danno enorme ai ragazzi

 


Il mito del “è tutto mentale”


Nel tennis contemporaneo esiste un mantra quasi obbligatorio: «Alla fine è tutto nella testa». I campioni lo ripetono nelle interviste, i commentatori lo usano per spiegare crolli improvvisi, gli allenatori lo citano come spiegazione universale. Novak Djokovic, Rafael Nadal, Roger Federer, Jannik Sinner e tanti altri hanno raccontato come abbiano dovuto lavorare duramente sul proprio “gioco mentale” per raggiungere la vetta.  le pubblicità su i media lo riprendono come soluzione magica e semplice ma spesso indefinita.


Questa narrazione è potente e in parte vera. La capacità di gestire la pressione, accettare gli errori, mantenere la concentrazione per ore e tornare a giocare bene dopo un set perso o una sconfitta sono elementi decisivi ad alto livello. Tuttavia, trasformarla in un dogma assoluto, «se sbagli è perché sei debole mentalmente», diventa fuorviante, e, per molti giocatori, persino dannoso.


Ci sono diversi motivi per cui il mito è così diffuso.


- Cultura tennistica: il tennis è uno sport individuale estremo. Non ci sono compagni su cui scaricare la colpa o con cui dividere le responsabilità. Quando si perde, lo sguardo si rivolge inevitabilmente verso l’interno, verso noi stessi.

- Storie dei campioni: i racconti di recuperi epici e imprese assolute (Nadal al Roland Garros, Djokovic che rimonta due set) enfatizzano la resilienza psicologica, rendendola più affascinante e vendibile di un banale aggiustamento tecnico.

- Semplicità apparente: dire «è nella testa» è facile. Non richiede analisi video, sensori biomeccanici,  conoscenze di cinematica o approfondimenti tecnici esecutivi. È una spiegazione pronta all’uso.

- Industria del mental coaching: libri, app e psicologi sportivi hanno tutto l’interesse a posizionare il mentale come fattore decisivo e risolvibile con i loro metodi.


I limiti di questa visione sono evidenti


Il problema principale è che trasforma una conseguenza in una causa. Sembra che molti “crolli mentali”  nascano dal nulla nella testa del giocatore, sembra che non siano attivati da un corpo o una tecnica che, sotto pressione o in certe circostanze di gioco, rivelano le proprie inefficienze.


Quando un tennista perde fiducia, spesso non è perché ha improvvisamente deciso di dubitare di sé o del suo gioco. È perché il suo impatto è diventato inconsistente, più difficoltoso, meno efficiente: la palla non esce come in allenamento, il timing si altera, la racchetta trasmette sensazioni spiacevoli. Il cervello, razionalmente o meno, registra ed elabora un messaggio «non sto controllando la situazione» e attiva le risposte di stress. A quel punto entra in scena la tensione, il grip stretto, il respiro corto e il circolo vizioso è servito. Inizia un classico feed back "ricorsivo positivo" tipico dei sitemi complessi: la causa innesca un effetto che alimenta la causa che ingigantisce l'effetto.


Esempi:

- Il giocatore che “non ha più il servizio” nei tié-break: spesso non è panico puro, ma una coordinazione gambe-braccio che collassa sotto adrenalina. Il corpo non genera più potenza dal basso quindi il braccio forza l'esecuzione che diviene meno fluida questo innesca un blocco apparentemente “mentale”.

- L’amatore che sbaglia tutti i rovesci lunghi nel terzo set: analisi video rivelano quasi sempre un posizionamento tardivo dei piedi o una mancanza di rotazione del tronco che, a ritmo lento in allenamento, non si notava ma in condizione di partita si esaspera.

- Atleti che migliorano drasticamente dopo un cambio di esecuzione biomeccanica: molti raccontano «pensavo di avere un blocco mentale, invece era solo un movimento sbagliato che emergeva in partita».


Questa attribuzione esclusiva al mentale porta a due conseguenze negative:

1. Il giocatore si colpevolizza («sono fragile», «non ho carattere»), peggiorando ulteriormente l’autostima.

2. Si investe tempo e denaro in sessioni psicologiche senza risolvere la causa scatenante, ottenendo risultati parziali o temporanei.


Un equilibrio più onesto


L’aspetto mentale è fondamentale, ma non è indipendente dal corpo. È embodied: emerge dall’interazione tra stato fisico, feedback sensoriale e interpretazione cerebrale. Riconoscere questo non diminuisce il valore del lavoro psicologico (routine pre partita, respirazione, cambiare il proprio modo di approcciare la partita e degli errori (reframing), ma lo rende più efficace, perché è sostenuto da una biomeccanica solida.


In sintesi, dire «è tutto mentale» è come affermare che una macchina da corsa ha perso perché il pilota non aveva abbastanza grinta, ignorando che il motore aveva una messa a punto sbagliata. Il pilota conta tantissimo, ma senza un’auto che risponde bene sotto sforzo, la sua grinta serve a poco.


La biomeccanica come radice del problema


Mentre nel tennis si parla incessantemente di “forza mentale”, “resilienza” e “gestione della pressione”, spesso si trascura un fatto fondamentale: **molti problemi che percepiamo come mentali nascono prima di tutto da un’inefficienza biomeccanica**. Non è una negazione dell’importanza della psicologia, ma un rovesciamento della sequenza causale più realistico e utile.


Cosa intendiamo per “inefficienza biomeccanica”


Si tratta di piccoli (o grandi) errori tecnici che impediscono un impatto ottimale della palla con la racchetta. I più comuni sono:


- Timing tardivo dell’impatto quando la palla viene colpita troppo indietro;

- Timnig troppo anticipato quando la palla viene colpita troppo in avanti (spesso trascurato da allenatori e maestri porta con sé una conseguenza semplice: l'impatto avviene quando il braccio-racchetta ha iniziato la fase di chiusura);

- Mancanza di rotazione del "core", delle anche e delle spalle (catena cinetica interrotta: il braccio deve compensare con forza muscolare bruta);

- Postura instabile o spostamento del peso scorretto, conseguente mancanza di equilibrio e catena cinetica inefficiente.

- Compensazioni varie: spalle alzate, gomito troppo alto, grip eccessivamente stretto, impugnature non adatte.

- Movimento preparatorio inefficiente: backswing troppo lungo, scoordinato o che non sfrutta bene la forza gravitazionale potenziale verso il basso.


Queste inefficienze non sono solo “brutte abitudini”. Hanno conseguenze fisiche immediate e misurabili:

- Minor potenza e controllo.

- Maggior numero di palle non colpite al centro 

- Maggiore dispendio energetico.

- Aumento del rischio di infortuni (gomito, spalla, schiena, anche).

- Feedback sensoriale negativo dalla racchetta: la palla non “esce” pulita, la racchetta vibra, la palla perde velocità o non prende la rotazione prevista.


Un tennista con questi problemi può giocare benissimo in allenamento a ritmo lento, ma sotto pressione, quando il tempo di reazione si riduce gli automatismi non sono ancora consolidati le inefficienze emergono prepotentemente.


Dal fisico alla mente: la sequenza reale


1. Inefficienza tecnica: colpo debole o inconsistente.

2. Feedback sensoriale povero : “brutte sensazioni all'impatto”, la palla finisce spesso in rete o fuori di poco, colpi non centrati o colpiti con il telaio.

3. Frustrazione immediata e dubbio: «Non sto controllando la palla».

4. Reazione psicologica: tensione muscolare, respirazione alta, focus eccessivo su se stessi, paura di sbagliare di nuovo.

5. Peggioramento della tecnica: il corpo si irrigidisce ulteriormente, il timing collassa ancora di più, le imprecisioni aumentano.


A questo punto il giocatore potrebbe pensare: «Ho un problema mentale». In realtà ha un problema meccanico che ha attivato il circolo vizioso.


Esempi concreti:

- Il classico “rovescio che trema in partita”: spesso non è paura, ma un impatto senza rotazione adeguata delle anche o delle spalle. Il corpo compensa con il braccio → palla corta → frustrazione → tensione → rovescio ancora peggiore.

- Problemi di servizio “nervoso”: molte volte derivano da una coordinazione scapolo-omerale scorretta o da una spinta con le gambe insufficiente, da un tentativo di schiacciare la palla muscolarmente con il braccio. Il corpo non genera la potenza di rotazione e dal basso → il braccio forza → ansia da prestazione, blocco psicologico (yips).

- Giocatori che “perdono il dritto” nei momenti decisivi: le analisi video mostrano quasi sempre un piede di appoggio bloccato o una rotazione incompleta che emerge solo quando la pressione sale. La ricerca ansiosa del vincente porta a un anticipo eccessivo e muscolare. 


Studi di biomeccanica del tennis (tra cui il lavoro di Bruce Elliott e colleghi) hanno dimostrato che una tecnica efficiente riduce lo stress muscolare del 20-30% e aumenta la consistenza di gioco. Quando questa efficienza manca, il corpo manda continuamente segnali di “allarme” al cervello, che li interpreta come incapacità personale.


Perché è più facile partire dal corpo


Correggere prima la biomeccanica offre un vantaggio enorme infatti il feedback sensoriale positivo arriva immediatamente. Quando l’impatto diventa più pulito, la racchetta “canta”, la palla viaggia con il controllo desiderato, le sensazioni sono buone, la fiducia ritorna in modo naturale, senza bisogno di discorsi motivazionali. Il circolo vizioso si inverte in circolo virtuoso.


Questo approccio non elimina la necessità del lavoro mentale, ma lo rende molto più efficace: è più facile gestire la pressione quando il corpo ti dà conferme positive anziché segnali di fallimento continui.


L’embodied cognition nel tennis. Come il corpo modella la mente (e viceversa)

“ La mente non comanda il corpo”, ma “corpo e mente sono uno”


Nella visione tradizionale del tennis si tende a separare nettamente l’aspetto tecnico (corpo) da quello mentale (testa). L’embodied cognition (cognizione incarnata o incorporata ) ribalta questa prospettiva: i processi cognitivi di percezione, anticipazione, decisione, emozione e fiducia non sono confinati nel cervello, ma emergono dall’interazione tra corpo, movimento e ambiente. 


Come sintetizza Margaret Wilson, la cognizione è collegata alle situazioni (*time-pressured*), orientata all’azione e profondamente influenzata dallo stato corporeo. Nel tennis, questo significa che il tuo modo di muoverti e impattare la palla non è solo “esecuzione”: modella letteralmente come vedi il campo, come anticipi l’avversario e come ti senti durante il match.


Perception-Action Coupling (PAC): il cuore del gioco


Uno dei concetti centrali è il perception-action coupling (accoppiamento percezione-azione). Nel tennis non percepiamo prima e agiamo dopo: le due cose accadono in modo simultaneo e ricorsivo. 


Un tennista esperto non “calcola” la traiettoria della palla come un computer. Usa il proprio repertorio motorio per leggere le indicazioni posturali dell’avversario (rotazione delle anche, posizione della racchetta, inclinazione delle spalle) e genera una risposta motoria direttamente calibrata. Il corpo “sa” cosa significa quel movimento perché lo ha eseguito migliaia di volte. 


Esempio pratico:  

Immagina una risposta al servizio. Un principiante vede la palla e poi decide come muoversi. Un professionista, invece, inizia già il movimento preparatorio mentre l’avversario sta ancora caricando il servizio. Il suo corpo, attraverso l’esperienza senso motoria, “percepisce” il tipo di colpo che verrà eseguito (affordances, opportunità d’azione) che un principiante non vede: “posso aggredire questo servizio con un rovescio inside-out”. Questo non è pensiero astratto: è cognizione embodied.


Studi sugli sport di racchetta mostrano che l’allenamento che coinvolge  percezione e azione è molto più efficace di un training solo percettivo (guardare video e rispondere verbalmente). Il corpo deve essere coinvolto per calibrare davvero la percezione.


Il feedback loop embodied: il circolo vizioso fisico-mentale


Ecco come l’embodied cognition spiega perfettamente il meccanismo che stavamo discutendo: un’inefficienza biomeccanica non è solo un errore tecnico, ma altera l’intero sistema cognitivo.


Diagramma del loop ricorsivo embodied:




Inefficienza biomeccanica

        ↓ (feedback sensoriale negativo)

Feedback corporeo scadente

(impulso “debole”, vibrazione, palla fuori)

        ↓

Alterazione della percezione & emozione

(«non controllo la palla», dubbio, tensione)

        ↓

Reazione psicologica embodied

(muscoli rigidi, grip stretto, focus interno eccessivo)

        ↓

Peggioramento della biomeccanica

(timing alterato, catena cinetica interrotta)

        ↑ (loop si chiude e si amplifica)


Questo è un positive feedback loop embodied: ogni giro rende il sistema più instabile. Un impatto tardivo o senza rotazione del core genera un feedback sensoriale povero → il cervello interpreta “non sono affidabile” → tensione muscolare → timing ancora peggiore. Il “problema mentale” (ansia, choking) è spesso la conseguenza visibile di questo loop, non la causa originaria.


Esempi concreti dal campo:

- Sabalenka prima della svolta tecnica: problemi di servizio con yips (blocco mentale). Molti analisti hanno sottolineato come la correzione biomeccanica del servizio abbia risolto gran parte del problema “mentale”. Il corpo ha iniziato a mandare feedback positivi → fiducia embodied è tornata.

- Giocatore amatoriale (rovescio): impatto in ritardo e senza rotazione delle anche → palle corte o in rete → frustrazione → spalle contratte e braccio rigido → rovescio ancora peggiore. Cambiando il timing e aggiungendo rotazione, spesso l’“ansia da rovescio” scompare senza lavoro psicologico specifico.

- Anticipazione sotto pressione: quando il corpo è teso, la propriocezione si altera e gli indicatori (i cue) dell’avversario diventano più difficili da leggere. Il loop riduce la capacità di perception action coupling (accoppiamento percezione azione), facendo sembrare l’avversario “imprevedibile”.


#Implicazioni per l’allenamento e la performance


L’embodied cognition suggerisce un approccio “bottom-up” (dal corpo alla mente):

- Privilegiare drill live con feedback immediato invece di troppe istruzioni verbali.

- Usare video analysis non solo per la tecnica, ma per osservare come cambia la percezione quando la biomeccanica migliora.

- Allenamenti “no-thought” o con focus esterno (es. “colpisci verso il bersaglio”) per lasciare che il sistema embodied funzioni senza interferenze coscienti.


In sintesi, nel tennis la mente non fluttua sopra il corpo: emerge dal corpo in azione. Migliorando l’efficienza biomeccanica non si corregge solo i colpi, ma si ristruttura la percezione, l’anticipazione e la fiducia in se stessi. È uno dei motivi per cui coach specializzati in biomeccanica spesso “guariscono” problemi psicologici apparentemente irrisolvibili.


Perché questo approccio è fondamentale soprattutto per i ragazzi


Nel tennis giovanile il mantra «è tutto nella testa» è particolarmente pericoloso. Un bambino o un adolescente che sbaglia ripetutamente un colpo non ha ancora la maturità emotiva per distinguere tra un limite tecnico e un presunto limite caratteriale. Quando gli si ripete che «deve essere più forte mentalmente», il messaggio che interiorizza troppo spesso è: «Sono io come persona che non vado bene» e non "è la mia tecnica che non va bene".


Il rischio di una responsabilizzazione eccessiva


I ragazzi tra i 8 e i 16 anni stanno ancora costruendo la propria identità sportiva e personale. Dire loro che i problemi in campo dipendono principalmente dalla testa produce tre effetti dannosi:


1. Sfiducia in se stessi  

   Invece di pensare «devo migliorare il timing del rovescio», pensano «non sono abbastanza forte e/o coraggioso e/o concentrato». Questa attribuzione interna stabile («è un mio difetto») è uno dei fattori più forti nello sviluppo dell’ansia sportiva e del burnout.


2. Pressione psicologica eccessiva  

   Il giovane si carica di una responsabilità enorme: deve “gestire la testa” in un’età in cui il sistema nervoso e la capacità di autoregolazione emotiva sono ancora in via di sviluppo. Il risultato è spesso tensione cronica, paura di sbagliare e, paradossalmente, un peggioramento della performance.


3. Abbandono precoce 

   Molti talenti promettenti mollano il tennis tra i 13 e i 17 anni non perché “non hanno carattere”, ma perché vivono il gioco come un continuo esame psicologico in cui si sentono inadeguati. Studi sul dropout nel tennis giovanile mostrano che la percezione di fallimento personale è uno dei predittori più forti.


Il vantaggio di partire dalla biomeccanica


Insegnare prima l’efficienza del movimento offre ai ragazzi un percorso molto più sano e motivante:


- Feedback concreto e immediato  

 Correggendo il posizionamento dei piedi o la rotazione delle anche, il ragazzo vede e sente subito che la palla esce meglio. Questo rinforzo positivo è tangibile, misurabile e non dipende da una astratta “forza di volontà”. La fiducia cresce in modo naturale, dal corpo alla mente.


- Responsabilizzazione sana  

 Il messaggio diventa: «Non è che sei scarso, è che questo movimento non è ancora ottimizzato». Si sposta il focus dal giudizio sul carattere al miglioramento di una competenza tecnica, esattamente ciò che un ragazzo può controllare con l’allenamento.


- Prevenzione degli infortuni e del burnout  

 Una tecnica efficiente riduce lo stress articolare e muscolare. Un ragazzo che gioca senza compensazioni forzate si diverte di più, si infortuna meno e mantiene la passione più a lungo.


- Sviluppo psicologico indiretto ma potente  

  Quando il corpo funziona meglio, il “problema mentale” spesso si riduce o scompare senza bisogno di interventi psicologici pesanti. Il ragazzo impara che può migliorare attraverso il lavoro concreto, costruendo un luogo di controllo (locus of control) interno e sano, nonché un percorso di crescita tangibile («se mi impegno sulla tecnica, miglioro»).


Esempi dal campo


- Un under 12 che “perde la testa” sul match point spesso ha semplicemente un servizio con spinta delle gambe insufficiente. Correggendo la biomeccanica del servizio in poche settimane, molti coach vedono sparire completamente il nervosismo.

- Ragazze adolescenti con rovescio a una mano che “trema” in partita: nella stragrande maggioranza dei casi non è mancanza di coraggio, decisione o sangue freddo, ma mancanza di rotazione del tronco e timing dell’impatto. Una volta sistemato il movimento, la fiducia ritorna da sola.

- Genitori e coach che passano dal “devi essere più aggressivo mentalmente” al “proviamo a caricare meglio le anche” notano che il ragazzo diventa più sereno, ride di più in campo e vuole continuare ad allenarsi.

La concentrazione viene spostata da un elemento astratto poco definibile a un processo tecnico concreto.


Un nuovo modo di educare nel tennis giovanile


I coach e i genitori che adottano questo approccio ottengono risultati migliori sia a breve che a lungo termine:

- Tecnica più solida (base per un futuro da agonista o da appassionato)

- Autostima più stabile

- Minore rischio di abbandono

- Divertimento più grande e il divertimento è il vero motore della crescita nel tennis giovanile


Conclusione 

Non si tratta di negare l’importanza dell'aspetto mentale "puro". Si tratta di non caricarne tutto il peso sulle spalle di chi sta ancora crescendo. Partire dal corpo è più rispettoso dello sviluppo del ragazzo, più efficace e, alla fine, più umano. Perché un bambino che impara che può migliorare toccando con mano i progressi del proprio movimento è un bambino che impara a fidarsi di sé stesso, non solo nel tennis, ma nella vita.


Oltre l'acido lattico: la scienza invisibile dietro il recupero dei campioni di tennis



Domenica pomeriggio nella finale del torneo. Dopo tre ore di scatti laceranti, frenate al limite dell’impossibile e una tensione mentale che si taglia con il coltello, l'ultimo dritto si spegne in rete. Stringi la mano al tuo avversario, alzi il trofeo oppure mastichi amaro per la sconfitta e l'unica cosa che vorresti fare è sprofondare sul divano per una settimana.

Ma il circuito professionistico non aspetta: per i campioni della racchetta, non di rado, il martedì successivo c'è già il primo turno di un altro torneo.

Come fanno a resettare il corpo e la mente in sole 48 ore? La risposta non sta nella "genetica miracolosa", ma nel monitoraggio di una serie di spie luminose che si accendono all'interno del corpo: i marker della fatica.

Il mito da sfatare: l'acido lattico non c'entra

Se dopo un match intenso ti svegli il giorno dopo con le gambe di legno e le spalle doloranti, non dare la colpa all'acido lattico. Questo metabolita viene smaltito dal corpo già nelle prime due ore dopo la fine dell'incontro.

Il vero "responsabile" del dolore è il danno strutturale causato dalle contrazioni eccentriche. Ogni volta che corri verso una palla e freni bruscamente sulla terra o sul cemento per ritrovare l'equilibrio, i tuoi muscoli compiono uno sforzo immane per decelerare il corpo. Questa azione crea delle microscopiche lesioni nelle fibre muscolari.

Per capire l'entità di questo danno, i medici dei top player si affidano alla chimica.

Le "spie" nel sangue: Creatina Chinasi e Infiammazione

Immagina le cellule muscolari come dei piccoli mattoncini. Quando si rompono a causa delle frenate violente, rilasciano nel sangue una sostanza chiamata Creatina Chinasi (CK).

Se un medico fa un prelievo a un tennista 24 ore dopo una finale, troverà i livelli di CK alle stelle (spesso cinque o sei volte superiori al normale). Insieme alla CK sale la Proteina C-Reattiva, il termometro dell'infiammazione del corpo. Finché questi valori non scendono, i muscoli non hanno la forza strutturale per spingere al massimo. Correre un rischio in questa fase significa andare incontro a  infortuni, strappi o contratture.

Cortisolo e Testosterone: La bilancia dello stress

Il tennis è uno sport unico: sei solo contro un avversario, non puoi "andare in panchina" a rifiatare e non sai mai quanto durerà la partita. Questo stress psicologico manda il sistema ormonale in tilt.

Durante una finale, le ghiandole surrenali producono quantità massicce di cortisolo, l'ormone dello stress. Il cortisolo è un "demolitore": distrugge i tessuti per recuperare energia rapida. per contrastare questo effetto il corpo ha bisogno di testosterone, l'ormone "costruttore" che ripara i muscoli.

I preparatori dei professionisti calcolano il rapporto tra questi due ormoni. Se il testosterone scende troppo rispetto al cortisolo, significa che la bilancia pende verso la distruzione (catabolismo). Traduzione: l'atleta è esausto e il suo sistema immunitario è vulnerabile.

Il Cervello è stanco? Ce lo dice il cuore (e un salto)

La fatica più difficile da diagnosticare è quella del sistema nervoso centrale. A volte i muscoli stanno bene, ma il cervello non riesce a inviare gli impulsi elettrici alla velocità corretta, causando risposte pigre e colpi decentrati. Per misurarla, oggi si usano due trucchi tecnologici:

L'HRV (Variabilità della Frequenza Cardiaca): Tramite anelli o smartwatch flessibili, i tennisti misurano il micro-ritmo del cuore appena svegli. Se il battito è troppo regolare, significa che il sistema nervoso è ancora sotto shock. Se c'è grande variabilità, il corpo è rilassato e pronto a combattere.

Il Test del Salto: Semplice ma micidiale ed efficace. Saltare su una pedana speciale la mattina post-match. Se l'altezza del salto cala anche solo del 5%, significa che il sistema neuro-muscolare non sta rispondendo a pieno regime.

Dal laboratorio al campo: Il protocollo dei campioni

Cosa fanno i professionisti quando queste "spie" sono accese e il tempo stringe? Attivano una strategia d'emergenza in tre mosse:

La Finestra Metabolica: Entro 45 minuti dalla finale, ingurgitano un mix preciso di carboidrati e proteine per fermare l'azione distruttiva del cortisolo.

Shock Termico: Immersioni in vasche piene di ghiaccio a 10°C per spegnere l'infiammazione muscolare (e abbassare la Proteina C-Reattiva).

Recupero Attivo e Sonno: Niente divano totale. Il lunedì mattina si fa una pedalata leggera in cyclette per far circolare il sangue e "ripulire" i muscoli, seguita da almeno 9-10 ore di sonno profondo, l'unico momento in cui il corpo produce l'ormone della crescita per riparare i danni da CK.

Ma cosa succede se gli impegni sono molto ravvicinati per mesi?

Non è illogico nè improbabile che si entri una zona di incertezza del proprio recupero psico fisico con la conseguenza che si è esposti maggiormente a cali immunitari e di prestazione. L'impossibilità pratica di recuperare pienamente nel tennis è anche figlia delle vittorie e potrebbe affliggere i campioni più vincenti, i quali arrivano non di rado in fondo ai tornei anche in modo consecutivo.

E' quello che è capitato a Jannik Sinner? Jannik, dopo mesi di vittorie, da Indian Wells fino a Roma, giocando tutti i tornei Master 1000 fino alla vittoria finale come non era mai riuscito a nessun altro, ha avuto un calo fisico evidente che lo ha portato alla sconfitta contro Cerundolo al Roland Garros.

E' il contraltare dei campioni: più vinci meno recuperi, più vinci più aumentano le probabilità di sconfitta.

Il consiglio per gli amatori

Anche se non abbiamo un team di medici a bordo campo, la lezione dei professionisti è chiara: ascolta il tuo corpo. Se dopo un torneo di club ti senti svuotato mentalmente, i tuoi riflessi sono lenti o avverti dolori profondi, non è pigrizia. È la tua "Creatina Chinasi" che ti sta chiedendo riposo, una buona idratazione e una notte di sonno profondo, anche due,  prima di rimettere i piedi in campo.

venerdì 5 giugno 2026

Il caso Clostebol di Jannik Sinner: fatti, regole antidoping, evoluzione e lezioni apprese


Il caso Clostebol di Jannik Sinner: fatti, regole antidoping, evoluzione e lezioni apprese (versione aggiornata e ampliata – giugno 2026)

Introduzione

Circa un anno fa scrissi un articolo di semplificazione sul caso Sinner. Questa è la versione aggiornata più completa, neutrale: integra l’esito finale, il caso parallelo di José Luis Palomino, una timeline chiara, una tabella di confronto tra le riduzioni di sanzione e link alle fonti primarie. Mi auguro possa essere un punto di riferimento sintetico per fare definitiva chiarezza sulla vicenda che continua ad alimentare informazioni non aderenti alla realtà, rispettando la strict liability (responsabilità oggettiva) del Codice WADA.

Fatti principali

Nel marzo 2024 Jannik Sinner è risultato positivo a due controlli fuori competizione (Indian Wells) per metaboliti del clostebol (sostanza anabolizzante proibita, S1). Le concentrazioni erano estremamente basse (decine di picogrammi/mL), compatibili con contaminazione transdermica accidentale e senza alcun beneficio prestazionale.

Fonte dimostrata: Il fisioterapista Giacomo Naldi aveva usato lo spray Trofodermin (clostebol acetato, acquistato OTC in Italia) su un taglio al dito. Senza guanti, ha poi massaggiato Sinner (schiena, piedi, ecc.). Sinner aveva chiesto esplicitamente se venissero usati prodotti sulla propria pelle e aveva ricevuto risposta negativa. Lo staff aveva contratti con clausole antidoping.

Quadro normativo WADA / TADP (Tennis Anti-Doping Programme)

Art. 2.1: Presenza di sostanza proibita = violazione (strict liability). Non serve dimostrare intento.

Art. 10.5 No Fault or Negligence: Eliminazione totale della squalifica se l’atleta dimostra (a) la fonte e (b) che neppure con “utmost caution” (massima diligenza) poteva evitarlo.

Art. 10.6 No Significant Fault or Negligence: Riduzione della squalifica (fino a reprimenda o squalifica ridotta), più comune quando c’è negligenza dell’entourage.

L’atleta risponde delle azioni di medici, fisioterapisti e staff delegati (precedenti CAS consolidati).

Evoluzione del procedimento

Timeline

  • Febbraio 2024: Umberto Ferrara (fitness coach) acquista Trofodermin in Italia.
  • Marzo 2024 (Indian Wells): Naldi si taglia, usa lo spray e massaggia Sinner. Positivi ai controlli del 10 e 18 marzo (tracce minime di metabolita M1).
  • Aprile 2024: Sospensioni provvisorie brevi, poi revocate.
  • Agosto 2024: Tribunale indipendente ITIA (Sport Resolutions) → No Fault or Negligence. Nessuna squalifica (solo perdita punti e prize money di Indian Wells). PDF completo: ITIA v Sinner Decision.
  • Settembre 2024: WADA appella al TAS/CAS chiedendo 1-2 anni.
  • 15 febbraio 2025: Case Resolution Agreement tra Sinner e WADA. Sinner accetta 3 mesi di squalifica (9 febbraio – 4 maggio 2025, con credito per giorni già scontati). WADA ritira l’appello al CAS. WADA riconosce: “Sinner non intendeva barare, nessuna prestazione migliorata, contaminazione senza sua conoscenza per negligenza dell’entourage”. Sinner ammette responsabilità parziale per vigilanza sullo staff.
  • Maggio 2025: Rientro in campo.

Casi analoghi di contaminazione da clostebolUn parallelo importante è il caso di José Luis Palomino (all’epoca Atalanta):Nel luglio 2022 il difensore argentino risultò positivo al metabolita del clostebol dopo un controllo a sorpresa. La fonte: il suo bulldog francese era stato trattato con Trofodermin per escoriazioni cutanee durante le vacanze. Il contatto quotidiano (coccole, divano, letto) trasferì tracce minime.Concentrazioni bassissime, prove (ricette veterinarie, analisi del pelo del cane). Tribunale Nazionale Antidoping italiano (novembre 2022) e TAS/CAS (settembre 2023) riconobbero No Fault or Negligence completa: nessuna squalifica. Palomino perse solo alcuni mesi di attività (compreso il Mondiale).
Lezione comune: il clostebol (comune in Italia in Trofodermin) genera facilmente contaminazioni ambientali/transdermiche a dosi irrisorie, come confermato da studi scientifici.Tabella di confronto: No Fault vs No Significant Fault

Aspetto No Fault or Negligence (Art. 10.5) No Significant Fault or Negligence (Art. 10.6)
Requisiti Dimostrare fonte + utmost caution (impossibile evitarlo) Colpa non significativa rispetto alla violazione
Squalifica Eliminata completamente Ridotta (reprimenda fino a ½ della minima, es. 1 anno)
Onere prova Alto (atleta) Medio
Esempio Sinner Riconosciuto dal tribunale ITIA (2024) Base del compromesso WADA (3 mesi, 2025)
Esempio Palomino Riconosciuto in primo grado e TAS Non necessario
Frequenza Raro (soprattutto con entourage) Più comune

Analisi e lezioni apprese

  • Scientificamente: le tracce sono coerenti con assorbimento transdermico indiretto (studi su Trofodermin confermano positività dopo contatto breve).
  • Giuridicamente: il compromesso evidenzia la tensione tra strict liability e realtà pratica. Delegare a professionisti fidati non azzera la responsabilità ultima dell’atleta, ma pretendere controlli personali su ogni gesto dello staff è irrealistico per un top player.
  • Per gli atleti e i team: dopo il caso molti hanno introdotto policy più rigide (checklist prodotti topici, guanti obbligatori per ferite, formazione antidoping periodica, divieto Trofodermin in team).
  • Per il sistema: casi come Sinner e Palomino (e altri con animali o partner) spingono verso maggiore uso di soglie quantitative o distinzioni per contaminazioni ambientali, pur mantenendo la deterrenza.

Sinner ha mantenuto la maggior parte dei risultati 2024-2025, ha vinto tornei importanti e il caso si è chiuso senza squalifica retroattiva significativa. L’impatto sulla reputazione è stato gestito, ma ha evidenziato vulnerabilità del modello “staff di fiducia”: impossibilità di controllo totale sullo staff e impossibilità di avere fiducia assoluta nello stesso.
Fonti primarie consigliate:

giovedì 21 maggio 2026

Jannik Sinner: Red-Headed Terror is back; il terrore rosso è tornato

Ho fatto una discussione con Gemini sul "gene dei capelli rossi" l'efficienza dell'impatto e i campioni di tennis. Oltre alla sovra rappresentazione dei giocatori dai capelli rossi di 10 volte considerata solo l'era Open. (Quindi vostro figlio, se ha i capelli rossi, ha 10 volte in più la possibilità di fare bene nel tennis). Gemini ha suggerito che la maggiore densità ossea influisca sulla rigidità dell'avambraccio consentendo un super efficiente trasferimento del momento angolare. Quindi non solo maggiore peso, ma anche rigidità per un super impatto e un trasferimento eccezionale del momento angolare del braccio racchetta. Ora il romanzo La mano di Rod (2010) è pronto per aggiustamenti che lo renderanno ancora più unico e irripetibile. Ma nel confronto con gli editori vedo l'intelligenza umana arrancare e non poco.






Tutto ciò visto come sono stato ignorato per decenni dagli addetti ai lavori, editori e colleghi pone un problema serio in relazione al test di Turing, il quale prevede di dialogare con un essere umano e una macchina senza sapere chi sia l'uno o l'altra. Se i due sono indistinguibili di fatto non c'è differenza tra macchina e uomo. Il problema è che dal confronto molti esseri umani sembrerebbero loro delle macchine e pure guaste. Detto questo, possiamo affermare che "The Red-Headed Terror" is back. Il terrore rosso è tornato. Così infatti era soprannominato il campione Donald Budge per via della sua chioma di capelli rossa.

giovedì 26 marzo 2026

La naturalezza e le forme dell’intelligenza: Jannik Sinner come un’esperienza scientifica.

  


Scritto per Livetennis.

    Vedere giocare Jannik è ormai sia un piacere che un’abitudine per tutti. In me il piacere si unisce a una soddisfazione personale per il tempo dedicato a questo sport e a quel mondo culturale e scientifico che mi ha permesso di intravedere le sue dinamiche di crescita e di sviluppo in ambito tennistico e sportivo. Comprendere lo sviluppo di un giocatore e vedere le sue abilità che crescono e si ramificano in forme complesse di gioco partendo da un principio semplice è qualcosa che da soddisfazione. Una soddisfazione che supera ogni forma metafisica di comprensione. Jannik Sinner non è un’esperienza religiosa, è il simbolo di come la cultura e determinati principi scientifici ci permettano di capire il mondo che ci circonda e forniscano le chiavi di interpretazione di come accadono le cose, come avvengono certi fenomeni. Perché sono fenomeni. Sinner è un fenomeno. La scienza spiega perché questo è accaduto a Sinner e non ad altri. Non starò qui a scrivere come certi colpi siano fuori dalle leggi fisiche, perché ne sono assolutamente compresi, ne fanno parte e la loro comprensione è nettamente più bella della loro ammirazione estatica.

    Sinner in questo inizio di stagione, dall'Australian Open, ha avuto qualche periodo di calo in cui il suo tennis non è stato all'altezza di quello espresso in passato ma la stagione è lunga e gli avversari molto ostici. Non è facile, forse addirittura impossibile, mantenere la stessa costanza di rendimento per l'intero anno. A Indian Wells lo abbiamo rivisto tonico, reattivo, determinato e lo stesso sta facendo nelle prime partite a Miami, al contrario di Alcaraz che è inciampato in due sconfitte sulla carta inaspettate, ma la stagione è lunga, gli avversari ostici, ed è difficile mantenersi costanti sul limite alto il rendimento, vale anche per lo spagnolo.

    Jannik sta anche mostrando un rinnovato gioco di volo e ottime capacità di tocco nelle volée e nelle palle corte, le quali sono il segno di un continuo apprendimento tecnico dell'italiano, che sembra seguire, con determinazione, un percorso di crescita e apprendimento che possiede qualcosa di bello in sé. Ormai non è più un potentissimo e solido giocatore di fondo, sta diventando un giocatore a tutto campo, inoltre il suo servizio è cresciuto con costanza nel tempo: maggiore percentuale di prime, più punti dal servizio.

    E' un fatto mentale che Sinner riesca a raggiungere certi livelli assoluti di rendimento ed altri no? Non pochi ritengono di sì, ma nello sport, così come nel tennis, la parola mente è, a volte, abusata e usata con leggerezza, anche dagli stessi atleti. La spiegazione infatti rischia di rimanere astratta e di non fornire indicazioni concrete sul come alcuni riescono ed altri no, nonostante l'impegno profuso negli allenamenti sia lo stesso. Gli atleti dentro di loro lo sanno.

L'intelligenza, umana e non solo, è estremamente connessa con gli strumenti a disposizione. Le abilità pertanto si acquisiscono e si migliorano proprio in relazione agli strumenti utilizzati, e il corpo umano non è che uno strumento utilizzabile dalla mente.

"Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido".

    La frase, attribuita ad A. Einstein, fa al caso nostro, infatti ogni parte del nostro corpo (le mani, le braccia, le gambe, i polmoni, le stesse funzioni metaboliche, il vo2max, la soglia aerobica e anaerobica) sono strumenti che ci permettono di svolgere determinati compiti. Se gli strumenti hanno del potenziale in più in relazione a determinate funzioni questa semplice realtà può permettere di acquisire maggiori abilità, con il tempo e l'allenamento. Uno scricciolo e un'aquila hanno entrambi le ali, sono entrambi uccelli, impareranno entrambi a volare, ma il primo svilupperà capacità di voli brevi tra rami fitti e cespugli, l'aquila si librerà in alto in voli lunghi, planate e picchiate velocissime. Svilupperanno due intelligenze di volo diverse in relazione ai propri strumenti, come se l'intelligenza stessa fosse parte integrante delle forme a disposizione.

    E' un problema mentale? Certamente sì, ma è anche strettamente connesso alle proprie caratteristiche fisiche, in modo inscindibile. La situazione non è diversa nel mondo dello sport dove ogni disciplina è strettamente collegata a determinate caratteristiche personali, ma quelle richieste da un disciplina sono diverse da quelle richieste da un'altra, proprio come nel caso dello scricciolo e dell'aquila. Le prestazioni di un fondista saranno maggiormente influenzate dalle potenzialità del suo vo2max, quelle di un velocista dalla sua esplosività muscolare. Un nuotatore potrebbe essere avvantaggiato dalla sua leggerezza a parità di volume. Abilità diverse vanno di pari passo con caratteristiche e strumenti diversi che sono maggiormente adatti allo scopo.

    Non si tratta solo di un vantaggio immediato (una naturalezza e una facilità innata con cui si svolgono certe attività, come si eseguono determinati colpi nel tennis per esempio) ma anche dell'apertura alla possibilità di crescita atletica e tecnica, nonché all'acquisizione di abilità strategiche nella gestione della competizione e nella distribuzione delle proprie forze.

    Questo è anche il motivo principale per cui ritengo Jannik Sinner un giocatore più naturale di Carlos Alcaraz: lo spagnolo, per giocare il suo splendido tennis, ha bisogno di una esplosività fisica e tecnica maggiore dell'italiano questo lo espone a periodi di calo in cui può essere messo in difficoltà da giocatori in buona forma, come accaduto con Medvedev a Indian Wells e con Korda a Miami.

Al contrario Sinner possiede delle caratteristiche che gli permettono una maggiore facilità esecutiva la quale gli consente di tenere un livello alto di ritmo, velocità e rotazione dei propri colpi con più semplicità: un po' meno sforzo e dedizione tecnica. Questo apre la strada a una gestione diversa delle partite, dei tornei e dei carichi di lavoro.

    Certe caratteristiche a volte semplici, se non semplicissime, non hanno solo implicazioni dirette nella crescita di uno sportivo ma hanno anche la capacità di influire su aspetti mentali puri: rendono più sicuri in campo, meno nervosi, più tranquilli perché rendono gli atleti più consapevoli delle proprie possibilità.
C'è anche un riflesso su aspetti sociali e umani perché disinnescano le emozioni negative, smussano l’invidia, sgretolano l’acredine e lasciano un sana ammirazione sportiva anche tra atleti.

    La comprensione profonda lascia solo emozioni positive: l’ammirazione della la bellezza e della diversità delle forme. Jannik è Jannik. Solo lui può giocare così, ma non a causa di incomprensibili astrattismi, bensì per mezzo degli strumenti che utilizza e i primi strumenti di uno sportivo sono quelli del proprio corpo. Perché Jannik è Jannik? Perché nessuno può imitarlo? Sono le sue specificità a renderlo un fuoriclasse.

mercoledì 12 marzo 2025

Semplificando il caso doping di Jannik Sinner

Semplifichiamo il caso Jannik Sinner:
2 categorie della normativa:
1. Nessuna negligenza
2. Negligenza non significativa.
Se sei nella prima categoria non ci sono sospensioni. Nella seconda sì.
I fatti sulla base di ciò che è nei documenti:
1. Sinner ha uno staff che ha firmato un contratto in cui si impegna a rispettare le normative antidoping. Sono degli esperti e si assumono anche la responsabilità del settore doping.
2. Sinner viene contaminato dal clostebol in modo indiretto. Un collaboratore usa uno spray e poi lo massaggia.
3. Sinner (è nei documenti) aveva chiesto se per la ferita il massaggiatore usasse qualche prodotto, ricevendo risposta negativa.
Sinner viene trovato positivo di una quantità talmente piccola che è compatibile con l'assorbimento per contatto epidermico. Tutti gli altri test di Sinner sono negativi nell'arco dell'anno.
Il Tribunale Indipendente trova Sinner innocente. Per loro il caso rientra nella fattispecie n.1 Sinner non poteva fare niente di più di quello che ha fatto per evitare di essere contaminato per contatto epidermico.
Wada fa ricorso. Sostenendo il principio della responsabilità oggettiva.
Il principio della responsabilità oggettiva non implica che il giocatore è sempre responsabile per lo staff, altrimenti non esisterebbe la categoria 1. I giocatori sono sempre responsabili punto. La responsabilità oggettiva prevede l'inversione dell'onere della prova. L'Atleta è sempre responsabile fino a prova contraria. Infatti anche nella regolamentazione antidoping esistono delle circostanze in cui l'atleta può essere sollevato da responsabilità.
Il ricorso Wada può essere interpretato solo entrando nel merito della questione e non come un ricorso di principio (categoria più morale che giuridica).
Il Cas/tas avrebbe dovuto valutare se Sinner avesse compiuto tutte le azioni possibili e realistiche per evitare la contaminazione. Cosa avrebbe potuto fare Sinner oltre a quello che ha fatto? Nulla. Nulla di realistico e di fattibile, se non sottoporre a test il proprio staff
Il caso Sinner ricade chiaramente nella categoria 1. Nessuna negligenza nessuna colpa, perché non poteva fare nulla di più di quello che fece. Sinner è innocente.

lunedì 25 novembre 2024

Il tennis: misteri e segreti delle racchette

Dell’argomento racchette se ne parla da diverso tempo e recentemente Tony Nadal ha dichiarato che, per ridurre la velocità del gioco, si potrebbe ridurre la lunghezza delle racchette (una 26 pollici da bambini?). Ma andiamo per ordine. Le conclusioni saranno contro intuitive.

Tre sono le caratteristiche dell’attrezzatura che hanno cambiato il gioco nel corso degli anni.

I materiali compositi che hanno sostituito il legno.

La conseguente possibilità di ridurre il peso e allargare il piatto corde.

L’avvento delle corde mono filamento.

Queste tre novità tra loro interdipendenti hanno portato alle caratteristiche di gioco moderno e questo ha coinciso con una concentrazione statistica dei risultati su pochissimi giocatori (a livello Slam 66 titoli sono andati a 3 atleti, Djokovic, Nadal e Federer). Non è diversa la situazione dei Master 1000 dove questi tre atleti hanno fatto incetta di titoli: Novak Djokovic con 40, Rafeal Nadal 38 e Roger Federer 28. Andre Agassi è il più vicino ma staccato a 17 titoli vinti. Giocatori di livello del periodo precedente sono molto più distanti. Qualche esempio dal 1990: Pete Sampras 11, Thomas Mister 9, un ottimo Michael Chang 7 (lo cito non a caso), Jim Curier, Marcelo Rios e Boris Becker sono a 5 titoli vinti equiparabili ai Master 1000.

L’intenzione non è quella di mettere in dubbio i valori degli atleti ma quella di approfondire se il progressivo cambiamento dello strumento di gioco ha in qualche modo favorito la competitività di alcuni atleti diminuendo quella di altri, in base alle caratteristiche fisiche.

Abbiamo evidenziato quali sono stati i tre principali cambiamenti. La prima conseguenza è che il peso è stato ridotto ma riducendo il peso è stata ridotta la pesantezza del pendolo. Questa riduzione della massa venne compensata da un piatto corde più grande e quindi da una maggiore spinta elastica delle corde che si deformano di più ed hanno un maggiore effetto trampolino.

Questo ha dato facilità di gioco a tutti ma nel tennis di alto livello c’era un problema non da poco. La maggiore elasticità portava con sé una maggiore imprecisione di gioco, in quanto il piatto corde si deformava molto per una maggiore spinta ma il rilascio era impreciso, perché l’elastico è più lungo.

L’avvento del mono filo ha risolto il problema in 2 modi: l’elasticità della corda è minore ma le corde scorrono meglio l’una sull’altra con alcune conseguenze:

Una migliore precisione in uscita dal piatto corde.

Maggiori effetti per stringere gli angoli di gioco con il top spin, un aumento dei rimbalzi in altezza anch’esso dovuto alla maggiore rotazione. Uno studio del 2011 ha evidenziato che le corde in mono filamento riescono a imprimere alla pallina fino al 25% di rotazione in più (Rod Cross, Crawford Lindsey, The Physics of Tennis: Which Strings Generate the Most Spin?).

Quindi abbiamo:

Un pendolo molto più leggero, è stato tolto quasi il peso di 2 palline, e di conseguenza un momento angolare minore.

Un piatto più grande che permette di ridurre gli errori di molto.

Delle corde che in elasticità di spinta, per dare controllo con la rotazione, non compensano più la mancanza di pesantezza del pendolo.

Domande: è possibile che questi cambiamenti abbiamo progressivamente ridotto la competitività di certi giocatori i quali fanno sempre più fatica a competere aumentando le probabilità di vittoria di altri in modo tale da favorire la concentrazione di risultati a livello Slam e Master 1000?

E’ possibile che il tennis sia diventato più fisico per questo, implicando una crescita fisica degli atleti che sono diventati mediamente più alti e più robusti?

E’ possibile che i Beppe Merlo, i Michael Chang, gli Schwarzman, i Fognini abbiamo visto le loro probabilità di vittoria ridotte se non a scapito di sforzi fisici di gioco difficilmente sostenibili sul lungo periodo?

Giocando con un pendolo più leggero sono costretti ad andare più veloci con il braccio racchetta per avere lo stesso effetto di collisione.

Per questi motivi ritengo che accorciare la racchetta non sia la soluzione migliore poiché renderebbe il tennis ancora più dispendioso e fisico per tutti e sempre più insostenibile per molti.

Sarebbe preferibile agire sul piatto corde e paradossalmente mettere un peso minimo in modo da costringere i giocatori ad essere più tecnici e meno muscolari nell’azione?

Andiamo per estremi. Se togliessimo le racchette per tutti, se giocassimo a manate, chi riuscirebbe a giocare? Probabilmente qualcuno bello piazzato farebbe qualche dritto, ma pochissimi. Man mano che ridiamo l’attrezzatura vedremo che anche chi ha caratteristiche fisiche diverse riuscirà ad esprimere un gioco.

Una cosa è certa, prima di andare a toccare l’attrezzatura, racchette, palline è opportuno chiederci cosa vogliamo. Il rischio è quello di lasciare il gioco a poche persone adatte a quell’ambiente di gioco, riducendo di fatto la competitività. Come sembra sia accaduto in questi ultimi 20 anni.

Esiste anche un problema di sicurezza, infatti anche tra gli atleti di élite non sono rari gli infortuni ai gomiti, le spalle e i polsi. Gli infortuni dipendono, ovviamente, anche dalla predisposizione fisica degli atleti ma possono essere favoriti anche da un gioco sempre più muscolare, corde meno elastiche, racchette più leggere e rigidità dei telai più elevata.

Djokovic si operò al gomito nel 2018, Nel 2014 Nadal si infortunò al polso destro e rientrò dopo essere stato fermo 3 mesi. Juan Martin del Potro subì anche lui infortuni a entrambi i polsi che lo costrinsero ad operarsi. I dolori al polso di Dominic Thiem e la conseguente operazione ne hanno condizionato il tennis e la competitività spingendolo forse al ritiro. I problemi alla spalla di Daniil Medvedev lo costringono a scendere compromessi con il movimento del servizio. Si potrebbe continuare ma sembra evidente che anche tra i giocatori di livello i problemi alle articolazioni più sollecitate presenti e non poco.

Cosa è successo nello sci alpino: un’attrezzatura più difficile costringe a una migliore tecnica esecutiva.

Un cambiamento forse ancora più rivoluzionario è avvenuto nello sci alpino con l’introduzione della sciancratura degli sci. Sostanzialmente si tratta di una forma particolare dello sci il quale è più largo nella zona della punta e della coda e più stretto al centro. Questo permette allo sci di avere un arco di curva ideale descritto da un raggio. Ci possono essere sci con raggio 14 metri, 18 metri o 20 metri. Gli sci dritti di una volta non hanno un raggio di curva né, quindi, un arco ideale. Questo cambiamento ha consentito a tutti di sciare con sforzo fisico minore e di poter gestire lo sci anche se la tecnica non è eccelsa. Era molto più difficile far girare un paio sci di una volta lunghi 2 metri, rispetto a quelli più e sciancrati di oggi, specialmente tra i pali stretti.

Nelle gare di coppa del mondo si è ritenuto opportuno intervenire con dei regolamenti che limitassero la sciancratura a seconda delle discipline (Speciale, Gigante, Super G). Sostanzialmente gli sci da gara, consentiti dal regolamento, sono un po’ più vicini agli sci classici, non per questo non sono moderni. Nello slalom speciale lo sci è evidentemente moderno ma anche qui c’è un regolamento e ci sono dei limiti di misure e rialzi.

L’intervento aveva un duplice scopo: da un lato la sicurezza degli atleti, dall’altro cercare di far emergere la migliore tecnica. Gli sci sciancrati hanno infatti un rilascio in uscita di curva molto dinamico che può essere difficilmente gestibile ad alte velocità e inoltre aumentano la possibilità di spigolare, condizione per cui lo sci fa presa con la lamina sulla neve e segue il raggio di curva della sua struttura aumentando il rischio di cadute.

E’ inoltre, a mio parere chiaro, che uno sci meno sciancrato e un po’ più lungo, per la sua difficoltà intrinseca implica una tecnica migliore nella gestione della curva. Di fatto non può essere girato di forza o di trazione.

Potrebbe essere possibile anche nel tennis introdurre un regolamento per le competizioni che abbia una duplice finalità: salvaguardare maggiormente la salute degli atleti e stimolare una migliore tecnica esecutiva?

Personalmente credo di sì, ma le racchette dovrebbero essere “più difficili” e non “più facili” imponendo la necessità di “oscillare” in decontrazione (swing) e riducendo la possibilità di agire con trazione muscolare.

I segreti del dritto di Jannik Sinner

Una chiara oscillazione a 1 pendolo. Non c'è uso del polso, non c'è rotazione dell'avambraccio, se non dopo l'impatto. Il punto di rotazione è alla spalla e ogni singolo punto di massa sfrutta il raggio al quadrato (ovale della racchetta compreso). Se si rilascia troppo presto è opportuno sapere che l'oscillazione in doppio pendolo è caotica, pertanto il rischio è perdere precisione e timing. Inoltre il raggio dell'oscillazione diminuisce e il raggio nel momento di inerzia è una variabile al quadrato, pertanto la massa all'impatto dovrà essere moltiplicata per un raggio minore al quadrato. Nel secondo fotogramma si vede chiaramente il follow through dell'intero braccio racchetta con la pallina già fuori dal piatto corde, infatti il braccio è sempre nella stessa posizione.






martedì 19 novembre 2024

La mano di Rod e la divulgazione scientifica.

Quando si parla di divulgazione scientifica è opportuno tenere a mente che più è ampio il numero degli individui che si vuole raggiungere e maggiore è la semplificazione che bisogna fare dei concetti da esporre. Questa condizione comporta il rischio di perdere fedeltà e diventare troppo semplicistici. E’ un rischio che è opportuno correre, prestandoci attenzione, perché il vantaggio e l’obiettivo sono quelli di riuscire a stimolare una curiosità che invoglia ad approfondire in altre sedi con maggiore complessità e precisione.
Quando si parla di sistemi complessi e di caos è opportuno fare riferimento a quelle che vengono definite come “le condizioni iniziali sensibili”. Sono variabili che influenzano in modo macroscopico un sistema nella sua evoluzione. Senza entrare nel merito dei sistemi lineari e non lineari, ci sono appunto altre sedi, quello che merita essere evidenziato è che certe variabili in alcuni sistemi ne influenzano l’andamento in modo completamene diverso. Si può definire che tale diversità è un’andamento caotico in quanto diversissimo da quella che è la normalità di sviluppo. La difficoltà risiede nel comprendere quali sono queste variabili e in relazioni a quali sistemi agiscono, è una sfida per le società moderne.
La bellezza dell’allegoria che percorre tutto il romanzo (La mano di Rod. Il tennis e le scienze del caos) risiede proprio qui ed apre molteplici chiavi di lettura sul valore della conoscenza.
Avevo in mente quali potessero essere le variabili che influenzano il “sistema tennista” (mi perdoneranno gli atleti se li tratto in modo asettico) dovevo vedere se ce ne fosse stata una più influente delle altre e se fosse stata abbastanza piccola da poter essere considerata un “effetto farfalla”.
Ho messo insieme alcuni elementi, uno scrittore romano (Tacito), la fisica, un pizzico di genetica e l’evoluzione: tutto assumeva una linearità di una bellezza limpida.
Dovevo scegliere l’effetto farfalla, ovvero quella variabile che, se presente, poteva innescare cambiamenti macroscopici a lungo termine. Ora siccome la massa nel momento di inerzia “sfrutta” il quadrato della distanza dall’asse di rotazione non ho scelto la lunghezza del pendolo, ma l’ultima parte del corpo umano, quella che è la più lontana da ogni asse di rotazione naturale del nostro corpo (spalla, gomito, pronazione, supinazione dell’avambraccio). L’ho messa nel titolo. Il segreto in copertina.
Non me lo sono inventato di sana pianta c’è un approccio scientifico letterario dietro non è lo psicopatico o il mostro di turno dei libri Stephen King. Quando si sveglierà l’editoria editoria dal suo torpore ideologico?

venerdì 25 ottobre 2024

Come ho visto il tennis e il coaching in campo

La conoscenza è dipendente dall’osservatore. Da un lato perché l’osservazione è vincolata al punto di vista di chi osserva e dall’altro perché l’osservatore stesso può interagire nel momento dell’osservazione con ciò che osserva, modificandone le dinamiche.

Cambiare punto di vista da cui si osserva un problema rende la conoscenza più oggettiva.  Si tratta della versione razionale dell’empatia con cui ci si mette nei panni dell’altro: “try to walk in my shoes”, “prova a metterti nei miei panni”. 

Questo non implica che non esista una conoscenza oggettiva e che sia tutto relativo, ma che per raggiungere una sapere accurato è opportuno approfondire in modi diversi e con consapevolezza ciò che viene analizzato.

Possiamo vedere la stessa montagna e vederla con forme diverse semplicemente perché la osserviamo da luoghi diversi. La montagna è sempre la stessa le diverse visioni ne completano la profondità di analisi. E’ possibile che per spostarci sulla montagna e osservarla smuoviamo un sasso, inneschiamo un piccolo smottamento di ghiaia, la montagna sarà cambiata da noi che la osserviamo, non in modo sostanziale ma cambiata. Altri tipi di osservazioni, in altri campi, potrebbero modificarla in modo più macroscopico ed è opportuno tenerne conto, avere coscienza e consapevolezza di ciò che facciamo.

In questo modo ho osservato il tennis:cercando di uscire dagli schemi, spostandomi per vedere se c’era qualcosa di nascosto, che non si vedeva da altre posizioni. Sono salito sulla montagna per una via diversa e ho visto panorami diversi della e dalla stessa montagna.

In linea di massima il coaching in campo permetterà all’atleta di prendere coscienza di alcuni suoi aspetti di gioco che potrebbe trascurare dal suo punto di vista, in quanto coinvolto nell’azione. La conseguenza è che permetterà ai giocatori di migliorare e probabilmente alzerà il livello dello spettacolo e non credo che snaturi più di tanto l’aspetto psicologico del confronto, anzi potrebbe consolidarlo. In fondo spetta sempre al giocatore l’ultima scelta tra il ventaglio delle possibilità di azione, le quali aumenteranno solamente. 

martedì 30 gennaio 2024

Jannik Sinner il predestinato di Darwin e Wallace


Il modo di ragionare è semplice lo devo a Charles Darwin e Wallace. Quando il naturalista inglese si imbatté nell'orchidea cometa si chiese quale falena sarebbe stata in grado di impollinare un fiore simile. Ipotizzò che esistesse una falena con una spirotromba molto lunga.

Solo 41 anni dopo una farfalla con quelle caratteristiche fu trovata in Madagascar. La conferma definitiva arrivò addirittura più tardi con foto e filmati (1997, 2004). Si tratta della Sfinge di Morgan, la Xanthopan Morganii Praedicta.

Questo modo di ragionare può essere applicato a tutto anche agli sport. Se consideriamo il #tennis un ambiente di riferimento (grandezza del campo, palline, racchette, altezza della rete) ci sarà un giocatore con delle caratteristiche fisiche tali da avere un gioco di eccellenza.

Un giocatore con un peso dell'oscillazione tale e un momento angolare sufficiente da metterlo in condizione di vincere i tornei di più alto livello. Sviluppando un gioco complesso, vario e potente quando è necessario.

#Jannik #Sinner è la nostra Sfinge di Morgan, la nostra Xanthopan Morganii. Trovato dopo molti anni: 48 dopo lo Slam di Adriano Panatta e la prima Coppa Davis. #AO2024 #SinnerMedvedev #AO24.

Questo tipo di ragionamento va bene per ogni disciplina sportiva considerando che l'ambiente muta per ogni disciplina in quanto la disciplina stessa è l'ambiente. Da qui nasce la diversità e la complessità.

martedì 23 gennaio 2024

Allenare il momento angolare nel tennis


Jannik Sinner (momento angolare)

Allenamento con Ale:

-Proviamo il momento angolare. Ruotiamo e lasciamo salire il braccio racchetta in scioltezza. Curiamo solo l'impatto senza dare forza.

-Ok.

Dopo un'ora di gioco.

-Babbo. Fichissimo. Sembra di essere sui calci in culo al Luna Park. #tennisnnis #AO20244 #sinner

Se scomponiamo il colpo in due parti principali:

Un'oscillazione e una rotazione il momento angolare consente di mantenere la velocità del pendolo (braccio racchetta) quando va in salita, o di mantenere più alta l'oscillazione del pendolo.

Questo permette di avere una maggiore efficienza ed evita di essere muscolari. #tennis #sinner

Questo aspetto è presente in ogni colpo fondamentale, compreso il servizio. E' opportuno imparare a utilizzarlo in ogni situazione di gioco. Si migliora solo ciò che si allena.

lunedì 22 gennaio 2024

Foster Wallace, il tennis, il new York Times e Einaudi

1. Foster Wallace si sbagliava i campioni non trascendono la fisica. I campioni la applicano.

2. Il New York Times e Einaudi hanno sbagliato il titolo.

3. Il peso serve se è vicino all'impatto. In tasca è inutile, se non come zavorra.

4. Il peso serve se "dentro" l'asse di rotazione.  Ovvero il punto di oscillazione del braccio racchetta, avambraccio-racchetta, o polso (mano) racchetta. Al di fuori è inutile,  se non come zavorra.

5. Per questo è conveniente avere un'oscillazione sul punto spalla al momento dell'impatto.

6. Qualunque utilizzo di gomito, polso, avambraccio riduce il raggio dell'oscillazione, che è un valore al quadrato.

7. Alcuni giocatori molto bravi nel servizio riescono ad avere un punto di rotazione ad altezza petto ed entrano nella collisione quasi anche col pettorale. (vedere ultra slow motion).

8. Il trasferimento di energia con un movimento a doppio pendolo sfrutta un'oscillazione caotica ad alte velocità. Traete le vostre conseguenze.

9. Ognuno può giocare come vuole, ma questo non cambia la realtà fisica delle cose.

10. Queste indicazioni sono valide per tutti: campioni #ATP, tecnici nazionali, maestri, istruttori, giocatori di circolo, bambini, giornalisti sportivi e #NovakDjokovic.

11. Mio figlio le ha comprese alle scuole medie.

12. Qualunque giocatore che conosce queste cose è un giocatore migliore, perchè conosce pro e contro di ogni tipologia di colpo, di ogni tipo di oscillazione. Non perchè trascende la fisica ma perchè la conosce e sa cosa fa.

13. Sono maremmano non di Compton, qui ci sono i cinghiali. Hic sunt apros.

giovedì 30 novembre 2023

Il tennis, una farfalla, Jannik Sinner, il caos e il diavolo

Un effetto farfalla

Il tennis non è lo sport del diavolo, c'è un'oscillazione che è caotica ed è quella del doppio pendolo. Questo rende difficile il suo controllo soprattutto riguardo ai tempi di impatto. E' necessario unire qualche concetto di fisica con le sensazioni di gioco.

Il problema non riguarda nemmeno tanto l'area di impatto, oggi molto ampia, ma il tempo dell'oscillazione della racchetta. Questa condizione può provocare ritardi e anticipi sull'impatto, difficili da controllare soprattutto quando cambia la velocità di oscillazione.

Nessuno oscilla sempre alla stessa velocità perché la natura del gioco stesso rende necessario avere velocità diverse. Ci sono tre punti di rotazione naturale nel braccio: spalla, gomito e rotazione avambraccio (pronazione e supinazione). Si tratta di un triplo pendolo.

Se è caotico il doppio pendolo figuriamoci il triplo. Uno degli aspetti tecnici più difficili è cercare di controllare l'oscillazione dell'ultimo pendolo (la racchetta) nell'area dell'impatto o prossima all'impatto. Nel ping pong questa azione è molto più semplice.

La racchetta da Ping Pong è infatti molto corta e il suo baricentro è prossimo alla mano del giocatore se non coincidente. Questo permette più facilmente una traslazione dello strumento su proprio baricentro e non una oscillazione di esso all'altezza dell'impugnatura.

Forse è per questo motivo che il Ping Pong non viene associato a nessuno diavolo, nonostante i ritmi di gioco siano infernali e siano richieste delle abilità coordinative eccellenti. Per rendere macroscopicamente l'idea di questa sensazione è opportuno paragonare gli estremi.

Se facciamo oscillare una mazzetta da demolizione o una mazza da baseball il baricentro molto lontano renderà difficile il controllo dell'oscillazione e l'oggetto tenderà a innescare un'oscillazione sul punto dell'impugnatura.

La sensazione diminuirà man mano che il baricentro sarà via via più prossimo alla mano. Anche mantenendo invariato il peso dell'oggetto sarà più facile controllare o addirittura impedire l'oscillazione libera dell'oggetto stesso.

Il rilascio "libero" sull'ultimo asse di rotazione è causa di molti errori nel tennis, perché i tempi di impatto diventano più problematici. Quando impugniamo una racchetta la prima parte del nostro corpo che entra a fare sistema con essa è la mano.

Un effetto istantaneo è quello di aggiungere peso sul punto di presa e come conseguenza il baricentro si sposta con effetti sull'oscillazione. Questo è uno dei motivi per cui alcune persone hanno più facilità e immediatezza di gioco di altre.

Non tutti questi aspetti sono presenti nel romanzo che scrissi più di 2 lustri fa. Li ho approfonditi con il tempo, molte ore di gioco ed esperimenti. Per questo avrebbe bisogno di una revisione per renderlo ancora più completo. Se trovo un grosso editore che ci crede. (La mano di Rod. Il tennis e le scienze del caos).

Poi c'è un altro aspetto che ho approfondito in questi anni e riguarda la lunghezza dei pendoli in oscillazione, ma sono restio a parlarne, perché non ho gli strumenti per fare verifiche e le conoscenze si fermano. Rimarrà una sensazione di gioco empirica.

venerdì 2 giugno 2023

Il killer set: la bellezza sportiva della formula tre su cinque

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il quinto set, nella formula dei tre set su cinque, è di fatto un set killer. Due giocatori arrivano a giocarlo quando l'equilibrio  fisico, tecnico e tattico si è protratto per molto tempo. E' la partita della rottura dell'equilibrio, ma è anche qualcos'altro: è una forma di assicurazione contro gli imprevisti, la sfortuna, le accidentalità. Le qualità ed il proprio allenamento tecnico, atletico e tattico hanno maggiori opportunità di essere espressi se il tempo di gioco si prolunga, ma il tempo di gioco, nel tennis si prolunga se si ha la tenacia di prolungarlo, perché la durata di una partita non è stabilità.

"La vittoria appartiene ai più tenaci" è la scritta che campeggia sul Philippe Chatrier al Roland Garros.

Il quinto set assicura che niente è perduto se si ha la fermezza di perseverare e di credere nelle proprie possibilità, nelle proprie qualità. Il quinto set garantisce con buonissime probabilità che il giocatore migliore abbia successo. Tenuta, fisica e abilità tecniche si vedono meglio alla distanza, pertanto i favoriti hanno maggiori probabilità di portare a casa la partita, questo perché di solito i favoriti sono giocatori migliori. (76, Il vantaggio dei cinque set).

Il quinto set conferisce, però, anche un'opportunità ai giocatori sfavoriti di esprimere e mettere in mostra le proprie qualità al di là di quella che può essere un'opinione su di loro formatasi in modo errato o a causa di circostanze particolari.

La vittoria appartiene ai più tenaci. Nel tennis la tenacia è la costanza e la perseveranza nell'esecuzione del gesto tecnico, atletico e tattico e senza competenze non si può essere perseveranti in un'azione che le richiede. Al quinto set *la vittoria appartiene ai più competenti che con tenacia perseverano.*

Ma il quinto set è anche qualcosa di altro. E' anche emozioni, passioni: gioie e delusioni, speranze e frustrazioni. Esultanza e rammarico si alternano, si mischiano, ritornano e svaniscono, perché quando la competenza e la tenacia di due atleti sono simili l'equilibrio del tennis e della competizione si fonda sull'incertezza. E' un equilibrio instabile.

Non sappiamo chi vincerà, chi la spunterà, né come, né quando, né  in che circostanze di gioco. In questo senso il quinto set è una cosa il suo contrario: garantisce la vittoria del migliore ma quando i valori sono vicini garantisce incertezza ed emozioni.

Lo spirito della formula 3 su 5 è un vero spirito sportivo: garantisce la bellezza dello sport preservandone la natura. Il quinto set è una battaglia tra pari un concentrato di emozioni anche quando scivola via per un giocatore o per l'altro.

Questo Roland Garros ha già regalato diverse partite che sono finite al quinto set, tra rimonte due set sotto e andamenti più altalenanti. Prima su tutte è stata la bellezza della partita dell'italiano Vavassori che arrivato nel tabellone principale dalle qualificazioni ha vinto la sua prima patita in uno Slam di singolare in rimonta. Se si fosse trattato di una competizione 2 su 3 sarebbe stato eliminato. Al contrario Medvedev sarebbe ancora in corsa perché dopo tre set era in vantaggio 2 set a uno sul brasiliano T. Seyboth Wild che ha prevalso vincendo gli ultimi due set.

In particolare in questi primi turni il Roland Garros ha fornito fino ad ora la bellezza di ben 24 partite che sono terminate al quinto set e 14 di queste sono state vinte dal giocatore che era in svantaggio 2 set a 1 dopo i primi 3 set o che era addirittura in svantaggio di 2 se a zero. Il giocatore che sarebbe stato sconfitto nella formula 2 su 3 ha finito per prevalere in quella 3 su 5.

Anche se non si tratta di un campione statistico rappresentativo, il fatto che più della metà degli incontri che sono arrivati al quinto set siano stati vinti dai giocatori che sarebbero stati sconfitti con la formula di gioco breve è, credo, indice del fatto  che la formula lunga riesce anche a far emergere valori atletici, emotivi, caratteriali e tecnici diversi.

Forse non si tratta di un altro sport, come spesso si sente dire, ma sicuramente tende ad esaltare la bellezza del gioco perché richiede agli atleti qualità maggiori e diverse.

Se non fosse esistita ci saremmo persi incredibili finali, semifinali e quarti di finale che hanno fatto la storia del tennis e che hanno sovvertito il risultato 2 su 3.

Wimbledon finale. Novak Djokovic in rimonta si Roger Federer nel 2011 67(10),46, 63, 62, 75.

Us Open semifinale. John McEnroe su Jimmy Connors 1980: 64, 57, 06, 63, 76.

Wimbledon 1981, semifinale. Bjorn Borg su Jimmy Connors 1981: 06, 46, 63, 60, 64.

Roland Garros, 1984, Finale. Ivan Lendl vs John McEnroe: 36, 26, 64, 75, 75.

Us Open 1980, Quarti di finale. Bjiorn Borg vs Roscoe Tanner: 64, 36, 46, 75, 63.

Wimbledon finale, 1982. Jimmy Connors vs John McEnroe: 36. 63, 67, 76, 64.

Oggi purtroppo dobbiamo aggiungere la sconfitta di Jannik Sinner con Altmaier, anche questa avvenuta in rimonta al quinto set. La bellezza del tennis è anche questo.

Dopo la delusione di ieri c'è da aggiungere il divertimento e il piacere per la splendida rimonta di Lorenzo Sonego che vince Rublev dopo essere stato in svantaggio per 75, 60 si impone con il punteggio di 63, 76(5), 63.